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Cemeteries Of London - Sen's Portfolio; XMAS PARTY ver.

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view post Posted on 29/5/2009, 17:19P_QUOTE
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« Prendere o lasciare »
With Glasses is Bettah!

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Location: Da un fumetto incautamente lasciato aperto. E non conto di tornarci presto :D


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Prologo



Non mi era mai piaciuta la scuola. O meglio, amavo imparare cose ma studiare era davvero qualcosa di inconcepibile per me. Per mia fortuna i geni ereditati dalla mia famiglia, quasi tutti professori, medici o studiosi, mi avevano dotato di una discreta intelligenza e di un’ottima memoria che mi aveva permesso di arrivare senza problemi di sorta fino a quella scuola: il liceo classico. Solo allora erano cominciati i problemi. Avevo sottovalutato troppe cose e ora la scala del mio rendimento assomigliava a quella di una cantina: contorta, stretta e verso il basso.
Così, se dovessi trovare la scena iniziale di quella matassa attorcigliata che è la mia storia, credo che opterei per una piovosa mattina di aprile con me a occhi chiusi e mani giunte sul banco di scuola mentre prego nervosamente un vasto pantheon di dei completamente inventati. Attendevamo con impazienza una verifica di latino particolarmente ostica e ognuno si sfogava a modo suo mentre il professore, con studiata e sadica lentezza, chiamava uno alla volta alla cattedra. Davanti a me un gruppo di ragazze particolarmente studiose si tormentava le mani e pigolava nere previsioni sul voto che nemmeno una volta si erano avverate.
Ahimè, nemmeno il potere del sommo Gnugnu, protettore dei rimandati, riuscì ad evitare la forza distruttiva del quattro e dei sue due scagnozzi: i meno. Mi lasciai cadere con la faccia contro il freddo ripiano del banco, un altro quattro. Sentii provenire dall’altra parte della classe gli strilletti delle mie compagne, a giudicare dalla potenza doveva trattarsi di un bell’otto.
Rialzai la testa e cominciai a ragionare cercando il modo migliore per annunciarlo ai miei senza rimetterci lo scalpo. No, non avrei mentito: l’attenuante del “Almeno lo hai detto subito” funziona sempre.
Volevo bene ai miei genitori, ne voglio ancora, ma quando si trattava di questioni di scuola non c’era affetto o complicità genitori-figlia che tenesse, il putiferio era assicurato.
Percorsi la strada del ritorno verso casa come una condannata va verso il patibolo. Con le cuffiette nelle orecchie i rumori della strada o dei motorini lanciati a tutta velocità sparivano lasciando spazio solo per la mia personalissima colonna sonora al momento piuttosto triste.
Suonare il campanello era un’impresa e sorridere mentre mia madre apriva il cancello era davvero inappropriato.
- Come è andata a scuola?
Eccola, me l’aspettavo. Non avevo ancora fatto in tempo ad appoggiare la borsa, fin troppo pesante, che già facevano domande.
- ‘Nsomma - biascicai a testa bassa sedendomi a tavola e concentrandomi sul piatto di tagliatelle che avevo davanti. Sguardi preoccupati dei miei e silenziose incitazioni a spiegarmi meglio.
- Ha portato la verifica di latino - ammisi senza aggiungere altro: dal mio umore si poteva comprendere tutto, no?
- Come è andata?
- Non molto bene, mamma.
Altri sguardi carichi di apprensione.
- Male quanto?
Alzai di scatto la testa: cercavo in tutti i modi di rendere meno traumatica la notizia ma mia madre pretendeva le notizie shock e l’accontentai.
Sguardi delusi, amareggiati e meno compresivi del solito.
- Mi sembra non sia il primo - commentò mio padre, che ancora non aveva aperto bocca, con aria grave, balbettando leggermente e ammiccando nervosamente.
Silenzio. Cosa ha da dire in sua discolpa l’imputato? Nulla, nulla di nulla.
- Non trovi sia il caso di prendere in considerazione delle ripetizioni? - bisbigliò mia madre come se stesse ammettendo qualcosa di scandaloso. Un po’ lo era, almeno per loro. Ogni famiglia ha la sua pecora nera, nella mia sono io. Il mio illustre nonno, oltre ad essere autore di numerosi libri su cui studiavamo anche a scuola, fu uno dei più longevi presidi del liceo e i suoi quattro figli erano tutti ottimi insegnanti o medici. Mio padre faceva parte della prima categoria e gli sembrava tanto strano che io non avessi tutti dieci. La famiglia di mia madre era, se così possiamo dire, culturalmente più modesta: aveva prodotto solo insegnanti elementari ma ciò non aveva impedito a mia madre di laurearsi con, c’è bisogno di dirlo? ottimi voti in letteratura russa. Mentre io nel tempo libero leggevo libri d’avventura o fumetti mia madre rileggeva in originale l’Anna Karenina e mio padre spolverava i suoi diecimila libri. Per questo verso ero stata decisamente fortunata: avevo a mia disposizione una biblioteca fornitissima di libri di ogni genere dai classici a quelli di avventura. Credo non vi stupirà sapere che sono cresciuta amando i libri e tutto ciò che è scritto. Ma torniamo a noi.
Dopo il giorno del quattro fatale i miei si misero alla ricerca di un professore che potesse insegnarmi decentemente ciò che a scuola non avevo capito o che, come era più esatto, a casa non studiavo. Passarono in rassegna una serie di vecchi amici, personaggi assurdi degni di un libro di Rohal Dahl. Tutti erano felicissimi di poter dare una mano alla figlia “del caro Albert” o “della cara Susan” ma, per un motivo o per l’altro, vennero scartati. Come la maggior parte dei genitori anche i miei, che mi volevano un bene dell’anima, cercavano il meglio e sembrava che nessuno di quegli strani individui lo fosse. La persona giusta apparve solo dopo qualche settimana di ricerca a salvare la situazione come una Mary Poppins al maschile. Anche lui dotato di ombrello nero che però non utilizzava per volare ma solamente per ripararsi dalla pioggia che quel giorno scendeva copiosamente. Come nel film vidi il suo arrivo dalla finestra. Fu meno teatrale di quello della bambinaia più famosa del mondo dato che gli si rigirò l’ombrello e in pochi secondi si impregnò d’acqua come una spugna dalla forma umana ma, come avrei dovuto sospettare dopo quell’entrata in scena, i risultati non sarebbero stati inferiori a quelli di miss Poppins.
Non sapevo molto di quell’uomo ma, da come mi avevano ammonito, doveva essere qualcuno molto stimato dai miei. Mi gustai il suo colloquio con mio padre e mia madre dalla grande scala di legno che dal soggiorno portava al piano di sopra. Io sarei arrivata solo alla fine, quando ormai avevano preso accordi, per le presentazioni. L’ometto seduto sul divano era l’incrocio tra Babbo Natale e Plutone, il mio vecchio gatto. Era alto poco più della metà di mio padre e aveva una barba folta e somigliante al mantello di un gatto tigrato per la varietà di sfumature di grigi e marroni che aveva. Da sopra quell’ammasso di barba spuntavano un paio di occhietti dall’aria sveglia e curiosa che sembravano capaci di parlare. Provai subito simpatia nei suoi confronti anche se ero conscia che sarebbe stato il torturatore che mi avrebbe torchiato con versioni e dizionari per le prossime settimane. Camminava quasi saltellando come se invece che di un serio professore di lingue morte si trattasse di uno strano gnomo dei boschi.
Mia madre servì il thè poi cominciarono a parlare. Lui, con nonchalance, si versò tredici cucchiai di zucchero, ricordo di averli contati dall’alto della scala, e sempre con aria serafica mescolò il thè per almeno una mezz’ora. Dall’alto non riuscivo a sentire cosa si dicevano ma per tutto il tempo ebbi la sensazione che lo sconosciuto professore mi stesse fissando anche se mi dava la schiena. Era strano leggermente inquietante ma non riuscivo a fare a meno di farmelo piacere. Finalmente mi chiamarono e io scesi velocemente. Non nascondo di aver provato un po’ di emozione mentre gli tendevo la mano e borbottavo il mio nome. Lui sorrise e pronunciò qualcosa di impronunciabile come Kazosky, Wazosky o un cognome simile. Mentre ci presentavamo sentivo i suoi occhi, sorridenti più di lui, che mi osservavano come se fossi stata di vetro tanto che per un attimo pensai stesse osservando dentro la mia testa.
- Abbiamo deciso che la cosa migliore sarebbe che tu andassi un giorno sì e uno no - spiegò mia mamma con tono gioviale da padrona di casa - sei d’accordo?
- Sì, d’accordissimo - risposi rimanendo in piedi vicino al divano. Fine, avevo fatto la mia parte.
Parlarono per un’altra decina di minuti di qualcosa riguardo i vecchi tempi poi quell’omino tanto strano se ne andò. Mentre i miei genitori lo accompagnavano all’uscita notai che la tazza di thè era ancora piena e che sul fondo c’era una sostanziosa montagnola di zucchero.
Quella notte sognai degli enormi cucchiaini da zucchero e un gatto parlante ma la mattina non ricordavo più nulla.



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« Vorresti essere amata? E tu fa che il tuo cuore
non si discosti dal sentiero di ora!
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non esser mai altro che non sei.
Così i tuoi cortesi modi di vita,
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